L’Angelo di Vermicino: sognavo la morte prendere Alfredino.

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A 37 anni dalla morte di Alfredino, caduto in un pozzo, l’Angelo di Vermicino rivela: “Per anni ho sognato la morte che prendeva il bambino”.

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Il 13 giugno ricorre il triste anniversario della morte di Alfredo Rampi, detto Alfredino, caduto a sei anni in un pozzo artesiano a Vermicino, in provincia di Frascati. Per tre giorni i soccorritori tentarono di estrarre il piccolo, incastrato ad una profondità di 60 metri. Tra loro Angelo Licheri, passato alle cronache come l’Angelo di Vermicino, perché si calò dentro il pozzo per salvare Alfredino. L’uomo, oggi 74enne, rivela che per anni ha avuto un incubo ricorrente: la morte che veniva a prendere Alfredino. Ma anche la Rai ebbe un ruolo da protagonista nella vicenda, inagurando di fatto la “tv del dolore”.

 

L’Angelo di Vermicino si cala nel pozzo

Dopo 37 anni Angelo Licheri non sembra darsi ancora pace. Cercò per quaranta interminabili minuti di salvare il piccolo Alfredo Rampi, detto Alfredino. Il bambino, almeno secondo la “verità giudiziaria”, cadde infatti in circostanze ancora poco chiare in un pozzo artesiano. Il piccolo riuscì, nonostante il poco ossigeno a disposizione, a restistere in vita per tre giorni. Ad offrirsi come volontario per calarsi in fondo al pozzo l’allora 37enne Angelo Licheri, di origini sarde ma che lavorava a Roma come fattorino.

 

In una intervista esclusiva a Fanpage.it, quello che poi verrà rimbattezzato l’Angelo di Vermicino racconta: “Mi sono presentato e ho detto: io vengo da Roma, se possibile vorrei rendermi utile”. L’allora capo dei vigili del fuoco di Roma Pastorelli gli chiese quindi: “Lei soffre di qualcosa? Ha mai avuto…”. Licheri però era intenzionato a salvare Alfredino. Così lo interruppe e chiarì: “Senta, non mi dica nulla, mi lasci solo scendere”. Alfredino cadde nel pozzo la sera del 10 giugno 1981. L’Angelo di Vermicino si calò poco prima della mezzanotte del 12 giugno. Licheri una volta in fondo capì immeditamente che Alfredo Rampi era ormai allo stremo delle forze.

 

“Appena sceso ho toccato le mani del bambino, con un dito gli ho pulito la bocca e poi gli occhi per farglieli aprire, però lui è rimasto così (immobile), rantolava”. “Parlavo e lavoravo per liberare la mano per poter infilare l’imbracatura” racconta. Quando era pronto ho intimato: ‘tiratemi su!’. Loro hanno dato uno strattone e il moschettone si è sganciato” rievoca l’uomo. “Allora ho provato a prenderlo sotto le ascelle ma anche allora davano degli strattoni impossibili”. L’uomo ricorda: “Alla fine ho provato a tirarlo dai polsi. Ho sentito ‘track’, lui neanche si è lamentato. Gli ho spezzato il polso sinistro. – aggiungendo – Ho fatto l’ultimo tentativo, l’ho preso per l’indumento, ma è caduto. Alla fine ho mandato un bacio e sono salito su”.

L’Angelo di Vermicino sogna la Morte

“Era così facile salvarlo. Gli ingegneri non capiscono niente” denuncia oggi Angelo Licheri. Dopo la morte di Alfredino, ci sono state infatti non poche polemiche sull’organizzazione ed il coordinamento dei soccorsi. Solo a seguito dell’incidente di Vermicino, infatti, l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, intervenuto sul logo della tragedia, istituì la Protezione Civile.

Anche se viene ricordato come un eroe, l’Angelo di Vermicino oggi ammette di aver sofferto per anni di una sorta di senso di colpa per non essere riuscito a salvare Alfredino. Per anni ho sognato la morte con la falce e la mezza luna” rivela a Fanpage.it Angelo Licheri. “Mi sfidava io le dicevo, se vuoi Alfredino dovrai passare su di me” racconta. “Eroe non lo sono mai stato” conclude quindi l’uomo, aggiungendo: “Sono una persona che ha fatto di tutto per aiutare un bambino”.

La Rai e la tv del dolore

Il tragico incidente di Vermicino verrà ricordato anche perché per la prima volta in Italia ci fu una diretta televisiva non stop. La Rai infatti seguì tutte le fasi dei soccorsi, fino alla morte del bambino, per ben 18 ore di seguito a reti praticamente unificate. Fino ad allora i cronisti evitavano di coprire in diretta eventi così tragici, per rispetto delle vittime, dei familiari e anche degli spettatori. In un primo momento però l’allora capo dei Vigili del Fuoco assicurò che tutto si sarebbe risolto nel giro di poche ore, e positivamente.

Quando con il passare del tempo si capì che Alfredino rischiava di morire in diretta tv, i vertici della Rai decisero comunque di non interrompere il flusso di notizie. “Era diventato un reality show terrificante”, commentò anni dopo anche l’ex presidente della Regione Lazio Piero Badaloni. Non a caso, l’espressione “tv del dolore” fu coniata proprio dopo la diretta fiume della tragedia di Vermicino.

Fu necessario persino l’intervento del Tribunale di Roma per mettere a freno alcune trasmissioni televisive che, dopo la morte di Alfredino, continuavano a trasmettere spezzoni di filmati in cui il bambino per esempio piangeva, si lamentava e chiamava la mamma. A non voler interrompere la drammatica diretta Rai sarebbe stato l’allora Segretario generale alla Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico. A sostenerlo, come riporta Wikipedia, Emilio Fede, all’epoca dei fatti direttore del Tg1.

 

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